lunedì 23 novembre 2009

mi sfugge tra le dita (il titolo)

occhi sbarrati in una notte insonne, ombre azzurre spezzate dai muri, caldo e freddo, fame e sonno. l'ora scorre, un appuntamento mi attende per mettere al bando ormoni e scadenze settimanali, ma non riesco a dormire, dispersa in un reportage di un iran ancora persiano.
affascinata leggo la brochure del master in antropologia in francia, forse avre dovuto insistere, forse sbaglio sempre nel decidere. e se una volta avevo uno zaino in un armadio, avvolto nel cellophane dei sogni di un viaggio, ora lo è stesso sac a farmi da ante e scaffali, persa in una perigrinazione senza chilometri ne' musiche nuove. turbata, come il mio stomaco dopo un cassoulet troppo asciutto, non so se dovrei ricorrere ad uno sciroppo per la tosse per dormire, come fantasticavo arrivata in una città sconosciuta, dalle case con i muri rossi e gialli (e le persiane verdi), il mare in un giorno di autunno, la sabbia grigia ed il mare che la riflette, con una bomboletta scarica che galleggia incuriosendo i gabbiani. pioggia tra i vicoli e le cattedrali a striscie, un piatto di trofie al pesto ed il povero deandrè che aleggia in una via del campo presentatami sotto un ombrello. per andarmene c'è il sole, i container sono più rossi, il porto anticamente di vetro ed acciaio non piange più come a rimpiangere di aver lasciato salpare un colonizzatore. il mare schiuma si bianco e sabbia in sospensione contro gli scogli di tutta la riviera. al suono di "le dur reconfort d'un grand verre d'alcol fort" mi lascio portare tra strade tortuose e chilometri che scorrono lenti, tra qualche palma mal acclimatata e gli schizzi di una mareggiata tranquilla. e varco il confine senza nemmeno avere il tempo di pensare alla nizza in tinte blue e nere di qualche anno fa, sperduta nello scuro di una notte che si stende sulla national sept. e quando arrivo possiamo condividercela in due la grappa invecchiata sul tavolo della cucina, diversi gionri, come i caprini senza additivi. un'auto che non funziona, grasso sulle mani che dovrebbero girare le pagine di libri spessi. e in realtà non faccio nient'altro che aspettare l'arrivo alla stazione, per poi finire nella baia delle scimmie, con il sale sul parabrezza. ed ora son qui, perchè non ho di meglio da fare altrove, se non lasciarmi tentare da una voce a cui non ho voglia di cedere. e senza pensarci, alla luce precisa di un'alogena da lungo compagna, mi getto in ciò che non sono sicura di saper veramente fare, o meglio di averci trovato il senso per cui lo faccio. ed ho fame dopo un po' di purè e riso, ma è proprio il caso che dorma.

lunedì 26 ottobre 2009

secco sporco



goufres temporali mi impediscono di pensare che potrei anche scrivere un post, sentendomi obbligata a raccontare le migliaia di secondi che mi dividono dall'ultimo attimo fissato. ma, anche se cronologico, il passare del tempo non è un fil rouge, ma una matassa aggrovigliata con cui sto giocando come un gatto. eppure, senza nulla spartire con un animaletto peloso, non è istintivo divertimento, carineria ed entusiasmo innato che mi spingono irrequieta ad intricarmi tra lacci e spaghi che troppo mi imbrigliano. tepore di un risveglio su un marciapiede, ho i muscoli scricchiolanti e le ossa che sferragliano, devo dare da bere al prezzemolo e ritornare a cercare una pianta di caffè. guardo attorno le dita che scrivono su quadretti perfetti, e mi rendo conto di non riuscire a lavare le mie. mi fanno male le mani: negli incavi lasciati dalla pelle secca il nero si infiltra senza poterlo mai lavare. mi fanno male le mani, ma non so se è perchè ho smesso di usarle o se è per averle usate troppo. mi parlano le mani e non so se essere contenta di quello che mi dicono. mi addento le unghie che sanno di sale per i rimpianti che non so evitare, mi arraffo le pelli perchè non so strappare l'ignavia dalla mia testa. fondendomi ho paura a lasciarmi vedere senza intelletto a fare da tramite, eppure sarebbero sufficienti i bozzetti impressionisti che transitano sulle mie cornee a farmi star bene. dell'emmedì pourri che non mi fa parlare, al freddo dietro una stufa spenta e senza voglia di dormire, voglia di essere sempre dove non sono, le persone mi mancano e le vorrei vedere tutte insieme come in uno di quei sogni che ho fatto, a cercare di arraffare una riga che scompare in una casa dalle mille stanze senza porte e con persone che non si sono mai viste ma mi conoscono banchettare insieme con torte al burro di مراكش e bere rachacha di papaveri bianchi. come in una festa di quelle vere, anche se è sempre troppo difficile capire cosa è davvero vero e cosa non lo è.

martedì 14 luglio 2009

torno

tordi nel cielo e nuvole di un quadro
aspetto le cicale e i raggi del sole, l'odore del pane mi tura le narici e le teglie rompono il sonno
le poubelles passano sferragliando la loro immondizia, stecchini negli occhi girandomi per un lenzuolo a strisce senza sentire la menta e il basilico, silenziose ricercare la luce che non c'è (ancora). sbadiglio senza sonno, rabbia repressa sobbolle nelle strade troppo pulite, nei soffitti troppo bassi, nelle auto tirate a lucido, nelle lanterne di un processione senza santo, limitandomi a rodere le ossa di pollo lasciate nei piatti e lanciare noccioli di oliva. ho fame senza voglia di mangiare, mi manca la pasta e la rucola sulla pizza, ma non più di tanto. ho voglia di fare senza sapere cosa, partire senza sapere dove andare e con chi, senza voglia di perdere a terra gli aerei per porti sconosciuti. e, anche se dormo, mi immischio nello zucchero filato di sogni pesanti ed appiccicosi, senza bisogno di cloridrato sciropposo per rotolarmi nell'indistricabile amalgama di facce, colori e sensazioni sgradevoli di un'attività onirica troppo presente. ho paura di perdere ciò che non ho, senza riuscire a vedere attraverso l'acqua limpida cosa vivo (felicità inafferrabile come i saraghi, serenità che brucia come gli aghi di un riccio di mare). il fiume senza sale, sulle labbra è viscido e dolciastro, puzza d'alga marcia ed insipida, la pietra è grigia e senza sugo.
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti...

martedì 2 giugno 2009

bianco bianco

fave e torta alle fragole, un letto dalle lenzuola colorate e la boule gialla, il pavimento di finto legno e il linoleum accanto, un pasto regale, di pasta fatta in casa e coquille saint jacques, di quiches ai capperi e pesto alla rucola, tajine marocchino e vino francese. la lavatrice è in bagno accanto alla vasca con l'acqua calda, una teiera, il caffè e la bialetti, il tiglio, il rosmarino, origano ed alloro a seccare sopra il frigo, il basilico e la verbena a respirare i raggi del sole che tramonta
neanche avrei potuto pensarlo, di trovarmi ad invitare a cena i miei, servire i piatti con accanto un ragazzo che non è mio marito (ed è forse per questo che non scappo ma resto a rotolare tra i cuscini)
neanche due giorni ed ho paura a sentirmi bene

lunedì 18 maggio 2009

confidenze ubriache: chui une pedée avortée

alla cornetta azzurra di una cabina ormai non più fredda, capisco che posso essere felice anche così. "et ça fait trops longtemps que je ne suis pas tombée amoureuse" e mi chiedo fino a quanto vale la pena di soffrire per una lontananza.
di fronte ad un ordi, mentre le nuvole ingannano l'alba e non sono nemmeno le sei e non so se ho sonno a sufficienza per dormire. insidioso infido mal di stomaco, ad irrigidirmi ulteriormente in una sala concerti in delirio, ricordando la betise di un doppio vodkalemon troppo freddo. ma qui ça va, non cerco nemmeno chi potrebbe tagliarmi privandomi di uno sguardo, troppo poco alcool per -non- pensarci. e lenzuola viola di un cassonetto, un mercato di frutta, spezie e ferraglia, le poubelles di un quartiere di platani ed eglise, un rayon di solei obliquo a sufficienza per attraversare il vetro spesso di una canette vide. una monsignore ed ecco di cui acquistare una brise marina (ah, il francesismo mi inganna: et voila de quoi acheter), un carrello al centro della strada. il freddo inatteso di una serata di maggio, a stento credo che una sola settimana è trascorsa dal mare dal vento dallo speed e dall'alcol, dai sessantanove e leisopraluisotto. mi programmo un viaggio immaginario, di treni e sorprese, storie e racconti giusto prima dell'ultimo verre (mica perchè si vuole smettere, ma le bottiglie si svuotano come bidoni al sole). troppo lucida

giovedì 14 maggio 2009

le parole di un libro dalla copertina viola e dal courier new sulle pagine spesse bastano per crearmi dubbi ed incertezze, già fomentate da una distanza più lontana di due ore di viaggio. senza rendermi conto ho firmato un contratto morale almeno per tre anni al minimo di amicizia e vita insieme. insieme acchi? cercando un'espressione più adatta, legami di carta e burocrazia. e pensare che non l'avrei mai detto (o almeno, non cosi). comprando piatti e piattini, bol e tazzine vedo delle sbarre alle finestre (e se anche fossero tendine dai fiocchetti colorati non cambierebbe nulla) eppure riconducono alla normalità di avere un indirizzo su un documento d'identità (che, ti sembro senza fissa dimora, io?!) e magari poter (immaginare di) invitare i parents a cena. guardare gli occhi nocciola di uno sfizzero tedesco, tornare in bici ubriaca, gettarmi nel pogo sul firenze harddeccore, zuppe che profumano di cumino e coriandolo che cedono al pestello, gramigna e papaveri (ma dov'è il pavot?), lattuga selvaggia e finochietto selvatico, profumo di gelsomino nell'aria e nel te', un'ape su un ippocastano ed un fiore di acacia insipido, addormentarmi sotto un tiglio che diventa ombrellone a strisce, la pelle scurisce quando non brucia sotto il cielo sempre più blu vs qualche metro quadrato a navigare su internet "et puis je fume". e quando si tratta di attacchinare o fare qualche scritta posso stare sicura che non è con me, ad attendere, finite le dieci locandine del cazzo, attorno ad un focolare freddo. eppure, mi basta fare l'amore per scrollarmi di dosso tristezza e sensazione di non fare nulla insieme, mi accontento di una voce al telefono per non crederci distanti. e, come l'anno scorso, non serve a nulla abitare la stessa casa, guardando i fichi maturare e le rose fiorire senza nessuno per fare colazione con il succo d'arancia e le fragole rosse. ed arrivo a mettere in dubbio il mio istinto lapalissiano di gettarmi in piazza al sentire la parola flic perchè chi ho accanto nel letto non riesce a capire cosa succede senza svegliarsi (e mi fa male, mi faccio male: perchè ci piace farci male). eppure, vado all'asia market, penso a noailles e les puces cercando casseruole e cafettiere, teiere e forchette perchè possano essere condivise senza paura che vengano gettate sull'igpn alle sei di mattina. perchè io (forse) non ho bisogno di te, ma mi sento meglio quando sei con me (e dire che capita più spesso che io sia con te...).

lunedì 11 maggio 2009

filosofia tossica





trapiantando le piantine di basilico nate troppo strette in un vasetto industriale, sotto il sole velato di un maggio caldo, lascio andare la mia mente, mentre le mie mani si riempiono di terra argillosa e tiepida. ho ancora nelle narici il profumo forte dell'origano selvatico che l'odore di pesto di una foglia di basilico accartocciata mi rimanda al piacere del cibo. e come una mela che cade dall'alto, un braccio che galleggia in un bassin d'acqua, finalmente capisco. quando avevo sedici anni e sui banchi di scuola un professore dai capelli bianchi e gli occhi glaciali ci spiegava con il suo forte accento piemontese in che cosa consistesse l'atarassia epicurea, non potevo far altro che ripetere il concetto, senza riuscire in fondo a comprendere come il piacere potesse venire dall'assenza di desiderio. e anche quando fu il turno della prof di latino presentare Lucrezio ed Orazio, non ebbi nessun problema a vedere nel de rerum natura e nel carpe diem il rifiuto per una società basata sul dovere e la negazione del piacere, la critica radicale della religione, un no future antelitteram. ma ancora il concetto di atarassia aveva un che di paradossale. e in un orto che si pretende biologico (e de toute façon non avrei la thune per dei diserbanti e pesticidi bayer) ho ripensato a questi giorni di (ab)usi (inspiegabilemente per certe sostanze esiste unicamente l'(ab)uso e non l'utilizzo dal momento che nella società repressiva codificata dalla lingua l'uso è uguale a zero, c'est à dire, se u = 0, u =/ 1, 1= a) ed infine ho compreso. galleggiante nell'allucinata lucidità, ho capito come il ben-essere possa venire dal non aver nemmeno bisogno del super tabulé, dell'ottima pasta fatta in casa o delle lasagne maison. sono golosa, immelmata dal girone di coloro che sono immersi nel fango e parlano a dante, ma posso stare magnificamente bene quando il bisogno/desiderio del cibo, ad esempio, mi abbandona. il desiderio di cibarmi (e il piacere di farlo bene) non è altro che una maschera ad una necessità vincolante per tenersi in vita (e pensare che non riuscivo a comprendere cafè quando descriveva in questo modo l'atto di mangiare). e quando viene meno, sto bene, in una bolla in cui non ho bisogno di nulla. sicuramente epicuro non poteva conoscere gli effetti delle droghe sintetiche, ma con altrettanta certezza si potrebbe affermare che conoscesse sostanze psicotrope naturali capaci di indebolire la sensazione di fame (più che indebolire direi quasi abolire), facendo fluttuare la testa in un'anestetica atarassia (d'ailleur, più atarassica di un'anestesia cosa c'è?). mi piacerebbe dunque poter riprendere sotto mano i tomi del mio libro di filosofia (ormai passato nelle mani dei miei fratelli e chissa dove), per poter immaginare epicuro en train d'écrire dopo essersi fumato una stagnola (d'accordo, d'accordo, la carta alluminio non doveva esistere). ma a tutto questo c'è un limite. una grande eccezione che forse non conferma la regola. se, ad esempio, un po' di speed può far completamente sparire la sensazione di fame (e dunque il piacere di mangiare, dal momento che ci ho pure provato ad forzarmi nell'assaggiare una microscopica parte di tagliatella fatta in casa dicendomi devesseretroppobuona, ma la forzatura era ben maggiore del piacere) come porsi nei confronti del sesso? ovvio che, sboccando per aver preso dell'oppio non pensi molto a come metterti perchè la penetrazione sia il più possibile profonda, ma con dell'md e certe alchimie di anfe, le sensazioni di uno sfregamento clitorideo vengono ancor più amplificate, scuotendoti in un'onda di piacere decisamente difficile da descrivere (e del resto, per rimanere in tema, c'è chi paragona ad uno shoot di ero). quindi in realtà, se l'atarassia può essere la defonce (termine gergale francese difficile da rendere in italiano, una sorta di fusaggine, sballo, il garzanti dice "effetto della droga" e forse non sbaglia, anche se droga è un po' generico) est-ce que è maggiore il piacere del non dovere o il piacere nel gustare? pur non potendo rinunciare da lucida o con alcune sostanze (si veda in particolar modo alcool e thc) al desiderio di un raviolo al nero di seppia ripieno di salmone, orata, aneth, persil e basilique, direi che per la bouffe, beh, preferisco il non mangiare. per dormire, ovviamento preferisco il restare ben sveglia e reattiva, camminando dopo una notte insonne sulle rocce incatramate alla ricerca della spiaggia perfetta che non esiste (l'eccitazione delle volte ammène alla wanderung, ovvio che gli speedanti sotto questo punto di vista forse non aiutano, anche se alla fine non c'è bisogno di cercarli i modi in cui dissipare energia). ma pour la baise, beh, devo dire che preferisco le sostanze che non anneantiscono la libido, trovando l'atarassia negli istanti che seguono un orgasmo violento (che del resto, sballa!). ma resta altrettando ovvio che nella buia ricerca di un amante senza esito positivo (e la tristezza inquieta di qualche anno fa ne può essere testimone) il solo modo di raggiungere l'atarassia senza bisogno di nessuno sia sopprimere anche quel desiderio che nella sua sola realizzazione appare l'essenza stessa del piacere (tanto quanto, ricevere un due di picche non lo è per niente). ed ecco quindi perchè è nell'atarassia che epicuro vede il vero piacere. perchè non si ha bisogno di nulla avendo già tutto. ma quando la boullette finisce?

prezzemolo e caffè

guardo l'orologio appeso ai muri freschi di una vecchia cucina, stupita dal vederne inabitualmente le lancette non oltrepassare mezzogiorno. non è un piccione sperso a svegliarmi, non è nemmeno un frollon intrappolato dietro al finestra a non lasciarmi dormire: lo sbattere di ali ed il tubare agitato non è nulla contro il desiderio e la voglia, l'eccitazione alla ricerca di una via di uscita non ha nulla da invidiare a quella causata dal mio sangue drogato. e mi alzo alle sette, le ombre lunghe di un mattino che comincia, i papaveri nella gramigna (e perchè un coqlicot non è del pavot? sperare nella metamorfosi di foglie di lattuga), il gelsomino si colora di giallo al nostro passaggio,j'ai falli partir, seduta su un furgone dalla carrozzeria corrosa dalla salsedine e inoccuranza. il cielo è azzurro, altrimenti nemmeno mi sarei alzata, intrappolandolo tra baci e carezze, gemiti e piacere. e non mi stupisce la mia incapacità a legarmi al polso lo scorrere del tempo (ma in ogni cucina alzo lo sguardo), ça m'étonne pas di oppormi alle teorie evoluzioniste, nell'antropologia come nella vita delle volte due giorni sono più lunghi di due settimane, senza nessun rapporto di necessaria linearità dell'evoluzione e del tempo. ed è un'ondeggiante piacevole lucidità (come la lucidità possa essere fluttuante come un'allucinazione occorre chiederlo a chi ha sintetizzato) a riempirmi gli occhi e le gambe mai stanche, la bocca un po' asciutta ma non abbastanza secca per non leccarci e sbavarci vicendevolmente piacere ed orgasmi. ritmi africani e rap di bamako accompagnano il viaggio, lungo la superstrada mare, raffinerie e rocce bianche e sembra strano di finire su un letto con tanto di doghe (e non sono pallet ma proprio liste di legno) a provare a rimbalzare sul materasso, in qualche metro quadro dove non so se vivere o no. lungo le colline di chaine vert e castagni, una pista dissestata ed un mare di mercos, ed è un chapiton rouge e noire a fare da sfondo dal vino bianco che sale e facce quasi dimenticate che si ricordano di me, ballando abbracciate. e finisco a fare l'amore senza coscienza, intrappolata dal piacere sotto le coperte, con una scarpa ancora allacciata ed un piede nudo intrecciato. l'alba si legge sulle facce dechirées, il nero che cola dagli occhi e sulle mani, gli occhi dalle pupille milleforme, la voce impastata o senza decibel. alla ricerca di una caffè grappa o di una trace per iniziare una giornata che non è ancora finita. i cani ed i dreads ad impastarsi con il fango, gli accordeons e la tecno, i biscotti ed il the corretto vodka. e si riprende la strada, mangiando fiori di acacia ed una mela, polipo e sardine in scatola, mozzarella versata sul finestrino. il sole del pomeriggio ad illuminare la linea tratteggiata nell'asfalto caldo, la ginestra ed i fiori viola sul bordo del goudron a sfilare veloci acconto al petrolio ed al mare. ed un giardino con gente e divani con la mousse che esce, bloody mary e, su un tavolo, carta di credito e paille tolgono la dipendenza dal cibo e dal sonno, senza parlare troppo questa volta, ma energia a sufficienza per lasciarsi andare nel pogo e nella danza frenetica. dietro un bar saldato con amore ed attenzione (i riflessi della scintilla ancora nella coda dell'occhio), a servire punch e birre premier prix e a continuare ad aspirare da un cd. la tenerezza e la douceur mi colgono all' improvviso, dopo aver lasciato sulla lavagna un messaggio di gesso bianco, i semafori che brillano ed i catarinfrangenti che luccicano nel tepore di una notte che non è ancora estate. e le case si rimpiccioliscono, roccia e colline prima di arrivare al mare ventoso e troppo fresco per non gettarsi ancora una volta in un melange di corpi e sensazioni amplificate dalle anfe. e intanto il cielo si schiarisce, dietro le isole di calcare e bianco, la linea sorprendentemente dritta delle onde. e vagare in quello che non è un piccolo villaggio di pescatori (ma lo sembra) alla ricerca di una spiaggia senza ombra di randonneur della domenica e detriti di un passato industriale. e ritornare, senza ancora fame ma quasi voglia di dormire (anche se è più la stanchezza che la voglia di chiudere gli occhi a farsi sentire), parlando sui gradini sotto un cielo grigio blu, con due baguettes calde e qualche pain o chocolat per chi si sveglia (e non come noi, al massimo si è eccitato sui sedili di un'auto in faccia ad un mediterraneo cangiante). e cercare di dormire, ma ricadere nella lussuria, spelando qualche zucchina e, quando la fame risale, preparare un gratin pestando le spezie e raccogliendo le erbe (cumino e ginepro, coriandolo, rosmarino e peperoncino, aglio, origano e finocchietto). addormentarsi davanti ad un film in bianco e nero, con l'eco dell'accento prolo parigino nelle orecchie e svegliarsi con un cellulare senza voglia di dividersi (e sono io questa volta che resto), e, senza aver capito la condanna della distanza, mangio una piccola fragola bitorzoluta che spunta da un vaso in giardino (ma non è per questo chesto qui, pur senza averlo mai vissuto, un appartamento a due fa più recinto che nido d'amore, voglia di gridare tra i granelli di sabbia ed i muri taggati di una casa occupata).

martedì 28 aprile 2009

beneee

gocce salate dal viso a causa dei muri troppo bianchi e degli stucchi sopra gli occhi. turisti e militanti, accomunati soltanto dall'essere stranieri in una terra di cinghiali e castagne, entrambi restano et au final c'est un cassage de couilles. ma duecento e qualche chilometro di quatre-vois bastano a dipingere d'azzurro il cielo, bianche le rocce e verdi i pini marittimi. le ginestre in fiore lungo la strada, il viola di qualche pianta mangiabile ma sconosciuta (devo gettare un occhio a sauvages et commestibles), i raggi di un sole sempre più caldo, voglia di ostriche e ravioli al nero di seppia. lascio alle mie spalle case di pietra umide sino alle ossa e dalla calce macchiata, una pizza alla farina integrale e senza pomodoro (amenochè il doppio concentrato meriti questo nome), una jurta au tour de la quelle ça brasse trops. foglie sui tigli, papaveri tra la gramigna, la roquette e gli spinaci montano al sole, l'ippocastano fiorisce, la vite americana si intreccia ai mattoni, baci e abbracci attorno ad una grappa ed un brandy. in un giorno di aprile ti ho rincontrata, il vento dell'ovest rideva gentile...invischiata nelle strade strette e nei tetti di pietra, avevo dimenticato quanto fosse bello ritrovarsi attorno ad un piatto di pasta e quelques boules de glace, ritrovarsi tout court. perchè mi sento impoverire in un bled perdu tra itinerari turistici e nulle part, mi accarezza invece il mistral dei mercati di mare. basilico e menta, fragole e limone, anche se non c'è a stringermi la vita, non mi sento sola.

sabato 25 aprile 2009

lunedì 13 aprile 2009

il giusto posto non si trova dopo dieci anni

parafrasando una canzone le cui parole rimandano a risvolti improbabili, mi dico che a tredici manco lo cercavo, un posto, pur già intuendo di non essere in quello giusto. mi angosciano i sorrisi fissi, il tono controllato che squittisce parole limate, le coppie ordinate, i muri bianchi e gli assi dei cessi puliti, il prato seminato ed il parquet cerato. "e che ne sai se a cinquant'anni non vuoi comprarti la casa?" alla faccia del no future, alla faccia della contestazione che non è giovanile, del modo di vita senza soldi e lavoro. perchè mi intristisce, regolarità di giornate già viste altrove, recitare sotto il fulmine cerchiato, lasciando per il lunedi di pasquetta una grigliata con passeggiata al fiume e motogp alla tele nella casa di campagna dei genitori. oggi sono incapace di vedere la differenza tra il pavimento bianco di oggi e le piastrelle candide di quattro anni fa. perchè l'anno scorso, in una cabina dai vetri rotti, il vento nel microfono e il cielo blu sulla testa, all'ombra di un casermone in un quartiere popolare (e i ragazzini di quartiere a giocare a pallone), mi ricordo il declinare gentile di un invito tradizionale, appuntando con rimpianto la ricetta degli agnolotti, senza pensare alle uova ed al cioccolato, restando all'ombra di un fico a curare i miei rapanelli (perchè l'effimero può appartenermi). e l'anno prima ritorno ubriaca sotto il cielo grigio ripetendo baudelaire per un esame con la lode, non riesco a venire sotto il getto d'acqua troppo freddo per la mia mancanza di contatto umano. sperando in qualcosa di diverso o consapevole di aver scelto il solito, ma non delusa per aver trovato l'uno dentro l'altro. per poi sentirmi raccontare di scraccate e righe di roba, ma sono normali anche quelle e perchè non approfittare di quello che si ha (o hanno, dicendo meglio). e in tutto questo, farmi venire paura perchè non voglio ritrovarmi ancora più sola ed incompresa, senza una casa la cui fine è segnata da una data in grassetto su un papier d'huissier de justice, senza i baci di cui neanche riesco a ricordare l'effetto sulla pelle dopo quindici giorni di lontananza (ed a forza ci si abitua a stare distanti e la vicinanza sembra rompere la libertà di essere solo davanti ad uno schermo). perchè non è figo il borghese con le case vuote, ma che schifo lo sporco della strada e le porte usate da materasso, la vita alla giornata senza figli ne padroni. voglio andarmene, ancorata da un frustino elettrico, mi lascio spaventare da quattrocento chilometri di nazionale quando vorrei passare gli oceani e i monti. non posso star bene, guardo un film.

sabato 7 marzo 2009

cocci verdi di bottiglia sulle piastrelle calde di una cucina en marecage, una bicicletta ed un pierrot ubriaco si affaccia, gambe a penzoloni, ad una finestra che non c'è sghignazzando come il pagliaccio di qualche film dell'orrore, ma se fa paura è perchè non vorrei vederlo finire a terra tra i fogli bagnati e le chiazze dei suoi disegni (pagliaccio di ghiaccio lo so non tipiaccio rimbomba tra i ricordi che si porta appresso). un viaggio come in un videogioco, lungo la linea bianca sino al bonus (ed è whiskey e cola, mica tanto regalato ma più buono di quanto non mi ricordassero i domenica mattina a sboccare). ed è un'épicerie colori e prodotti, frattalmente disposti su scaffali concentrici, scènario di un film che è un po' trash ma non di azione (perchè ho guardato attorno senza telecamere, ma per una sigaretta non è il caso, anche se tutto è così a portata di mano e basta essere una tipa per avere una malboro in dono). braccia al sole e segno di una canotta sulle spalle, un primo bagno, ed è all'arancio del lampione di uno skatepark (se non voglio contare gli schizzi delle patate domenica,sotto un ombrellone bianco e giallo) acqua piacevolmente tonica senza cloro ne' riscaldamento (e non è il sangue che irriga un orteil tagliato da una piastrella sporgente, ma granelli tra le dita), spiaggia deserta ed il mare mi incanta. incontro bizzarre, senza langhe ne' aerei, scoprendo che un tumore non riesce a cambiare chi in fondo non è che uno stronzo fascista (ed invece un bambino cresce, sorridendo ai suoi maglioncini di angora blu). non faccio niente che non sia vivere, perduta tra l'odore di fleur d'oranger ed anice, una città il meno franchuissarde possibile, ma i tetti sono blu sulla prefettura e la mairie (e perchè non di paglia per bruciarli con i megot delle sigarette perdute da passeggeri ubriachi sulla mia auto?)

domenica 22 febbraio 2009

la domenica mi strazio

sole faible a ricordarmi un'incisione inquietante in un bouquin di coleridge, un gabbiano ed è un albatros, restless di nembostrati mossi dal mistral. bicchiere di rosso nel pot dei carciofini, coup de blues a mitigare anche la rabbia per decreti e leggi assurdi, atroce impotenza anche rivoltando un cassonetto o taggando un muro (ma l'odio non si comanda, scetticismo di fronte ad un pianeta verde e ciò che resta sono petardi et clous tordus). e la nostra vita non è che un caso giudiziario, qualche foglio su una scrivania dotata di martello, e tra lo scappare ed il bruciare il primo è assai più semplice, ma, come in una via senza uscita, per fuggire occorre prima abbattere le sbarre che impediscono di partire. e il triste presentimento che in fondo il potere non morrà con la distruzione dello stato, ma non ho alcuna voglia che qualcuno mi dica cosa fare (e perchè lascio che altri lo spieghino a chi, per loro, non capisce?). forse perchè sono ingenua nel credere che le larmes di fronte ai miei occhi siano autentiche, spinte da vera paura di una strada solitaria e triste. perchè potrei essere io, al posto della maschera teatrale dipinta di verde che mi parla scossa dai brividi, a dire voglio qualcuno. ma senza giocare alla vittima sacrificale, so che una voce, dall'altro capo del filo, mi risponde (pur senza dirmi ciò che spero, rifilandomi al contrario ciò che non avrei voluto sentire) e in cucina spesso trovo qualcuno con cui parlare e condividere una canna e du rouge (ma se cercassi qualcosa di più? lenta elaborazione di legami tessuti al ritmo di penelope). e un revisore contabile che emerge da un altro mondo distante anni e chilometri a dirmi che avevo ragione, et je gagne il primato di essere fuggita per prima dalla merda, chiedendomi jusu'où ci sono riuscita.

ps: a me il calcio ha rotto il cazzo. urla di fete foraine e so che l'aria di losbirroèillavoropiùinfamechec'è,quandoindossaladivisaèunleone,mainrealtàcheuomoè?dimerda! non è nient'altro che una stupida canzoncina per supporter una squadra di calcio merdique autant que les autres (le vélodrome est trops près!quartiere di bourges di merda)

sabato 24 gennaio 2009

penso virtualmente ai titoli da scegliere per post mai scritti, mi lascio sfuggire momenti lasciando solo qualche attimo incollato con una punaise altrettanto virtuale che una sinapsi.
il ritorno in città mi pone al piano di un topolino di campagna che, con occhi sbarrati e vivi, cerca di immmagazzinare tutti i colori, le luci di strade e case, l'aria calda del giardino lasciando in secondo piano sulla retina le stelle della notte senza lampioni, le foglie di una strada senza asfalto, le case in pierre e la riviere che scorre. in fondo, si chiede il topolino disorientato, che differenza c'è tra sentire lo scrosciare di un torrente fuori dalla finestra appena prima di dormire e entendre les ouvriers e l'usine ronzare nella notte arancione?
sto bene, sto male, non so piu come stare
non studio, non lavoro, non guardo la tivu, non vado al cinema non faccio sport

lunedì 22 dicembre 2008

no more doubts

fruscio della città nel parco illuminato di stelle ed arancione, tramonto rosa e lilla che mi ha fatto da alba, dopo una notte di carezze abbracci ed amplessi. un cerchio alla testa per una bottiglia di troppo, foglie di menta zucchero rum e san pellegrino enzimi di tensioni e scene che potrebbero passare in un mauvais film.
e, pur non scorgendo soluzioni nel voler gestire voglie e carenze, la carezza del contatto, delle parole e della lingua, mi fanno accantonare possessività e sacrificio. non ho più dubbi, la lontananza non è come il vento e non ho nulla da rodere se non il presente, ma mi cullo nel piacere che è stato e che potrebbe essere. ritorno ad una coppia adolescenziale, ma disinvischiata dalle catene. sola forse ora, ma sorrido.

domenica 7 dicembre 2008

casa

una stanza a cullarmi non mi capitava tutti i giorni da un po' di tempo, e senza bisogno di una casa me ne sono andata in giro per il mondo (senza ammirare l'eccezionale, ma strascicando un po' di banale stupore tra i chilometri) approdando ad un castello senza principe azzurro. una parete della stanza, quella sì, è bleu claire, come il riflesso della lune in una notte illuminata, più del cielo e meno del mare. penso che adolescente debba averlo sognato, con gli occhi chiusi dietro ad una stella cadente di agosto, di essere qui ora, senza proprietà ne rivendicazioni, tra i colori della vernice fresca e l'odore della stufa, con il flex che risuona nelle stanze e nelle ore, la musica che rimbomba qualche corridoio più in la, il profumo di zuppa che sale dal basso. diciottenne ubriaca su una strada di mare, ardendo canne e baci, dopo aver sbirciato la vita di posti occupati, devo averlo espresso ad una scia luminosa di voler prendere il mio posto da una certa parte della barricata. e sto imparando a saldarle le inferirriate che barricano le nostre porte, rendendomi conto di come ce l'ho fatta a credere in quello che volevo fino a farlo,a costo di scoprirlo con l'etereogeneità del reale e senza i tagli netti dell'immaginazione. e se volevo andarmene da una torino incocainata e fredda, sono riuscita a varcare con un duecentosette scassato i pendi ghiacciati, fermandomi sotto la neve e in un vecchio bar francese a bere il primo caffè allungato, il bianco dei pini è stato troppo a lungo sulla mia retina, ma l'entusiasmo dell'arrivo mi ha riportato in avanti ed indietro nel tempo..

venerdì 5 dicembre 2008

barche e mirtilli

un orologio brillante e virtuale lascia intravedere ombre che farebbero presupporre una luce al neon, ma se alzo la testa non vedo altro che la condensa dell'aria fredda e le travi di legno di una casetta di cartone.
impantanata nella neve e nel fango di una torino bianca e grigia, alterno momenti di entusiasmo a discese oltre l'acheronte. ho perso per strada attimi di cui avrei voluto scrivere , assimilati nel tessuto nervoso molto più profondamente di quanto serva per emergere con la memoria. senza meta ne guinzaglio, mi muovo su una scacchiera impazzita, come se la psilocibina ne alterasse i colori e le forme. legami e visages impregnati in un sorriso, evento inatteso di bevute e regali, scoprire la brina e l'azzurro dietro nuvole e montagne. persone che inattese mi parlano di mirtilli e more durante un concerto e barche e ponti in una festa. se fosse estate si avvicinerebbe il mattino, nel cuore dei mesi freddi ancora qualche ora di buio mi aspetta, ho sonno ma una voglia incompiuta e difficilmente realizzabile in sintassi e morfologia mi costringe a sfruttare gli ultimi minuti di una batteria che si scarica.

giovedì 13 novembre 2008

ciciciqui

penso virtualmente ai titoli da scegliere per post mai scritti, mi lascio sfuggire momenti lasciando solo qualche attimo incollato con una punaise altrettanto virtuale che una sinapsi.
il ritorno in città mi pone al piano di un topolino di campagna che, con occhi sbarrati e vivi, cerca di immmagazzinare tutti i colori, le luci di strade e case, l'aria calda del giardino lasciando in secondo piano sulla retina le stelle della notte senza lampioni, le foglie di una strada senza asfalto, le case in pierre e la riviere che scorre. in fondo, si chiede il topolino disorientato, che differenza c'è tra sentire lo scrosciare di un torrente fuori dalla finestra appena prima di dormire e entendre les ouvriers e l'usine ronzare nella notte arancione?
sto bene, sto male, non so piu come stare
non studio, non lavoro, non guardo la tivu, non vado al cinema non faccio sport

domenica 28 settembre 2008

grigio torino

grigio di nuvole e marciapiedi, grigio di cenere di sigarette schiacciate, grigio nei capelli della gente, grigio nelle cervella impregnate di cemento, grigio nella corteccia di platani malaticci, grigio sui muri dietro i graffiti, grigio dei piccioni, grigio della stufa che non scalda, grigio del freddo di mezza stagione, grigio metallizzato delle auto della digos, grigio delle ossa, grigio sin dentro le ossa, grigio di un'erba marcia che puzza di muffa (ma è rimasto solo più quello e grigiamente ci si accontenta).

Smog grigio che incolla la pelle ed i pensieri, senza il mistral a spazzare via il fumo delle fabbriche che producono adonf (perché il fumo di une usine che brucia o un carcere dato alle fiamme non è grigio: il nero svetta sulle macerie delle sbarre), senza i gabbiani a rubare il pesce al mercato (ed è inutile il confronto con i corpi tozzi dei piccioni alla ricerca di briciole), senza le persone ingabbiate da mode, sostanze e vuoto, mi manca la vita in un quartiere popolare di una città di mare, senza honte nel cercare tra i cassonetti (perché sì, sarà anche quello che vogliono da noi, ma ingabbia meno del produci-consuma-crepa), a rubare gasolio e biciclette e preferire lo dspi a una coca di merda che non sa di niente, senza bisogno di schiacciare chi ti cammina accanto (e perché no, fermasi a parlareee). Senza la fighetteria di muri a bolla e colori precisi, grappa che cartonne e trentacinque euro per una maglia sono pochi confronto novanta di un grammo di quella merda che ti pigli per crederti migliore. Qui il freddo mi penetra dentro, e occupare non è per vivere ma per farsi vedere. Vedere, forse da una città che comunque cammina nei suoi impermeabili beige e nei pickpocket dei tram umidi, che inizia il turno alle cinque e lo smette che è troppo stanco per pensare, che non gioca a pallone per strada, che non beve un thè verde e una birra, guardandomi passare dopo lavoro, che non vende olive e harissa, che si nasconde per drogarsi perché ha paura di essere chiamato drogato (ma non è abbastanza facile capire che condividere evita le etichette). E se è difficile spiegare cos'è una teci, mi accorgo che il fumo del toeush ha il colore della brown. E non è questione di grigio o marrone, è questione di vita o di morte (anche i funghetti sono del colore della terra, come ubuntu e le shit).

giovedì 14 agosto 2008

adonf

il tempo non ha consistenza e qualche settimana di eccessi, feste, concerti, mare, viaggi non bastano a fare estate. perchè vacanti lo siamo tutto l'anno senza bisogno di scazzarsi un giorno all'anno tutti insieme sulle autostrade. il mio corpo che reagisce alle sostanze, e un anno fa ero già qua ma non nello stesso posto,